Iniziative, proposte e notizie - L’esperienza di Luigi e Tommaso nel Cape Winelands Festival
INIZIATIVE, PROPOSTE E NOTIZIE

 

L’esperienza di Luigi e Tommaso nel Cape Winelands Festival in Sudafrica

di Susana Pilgrim

Regista - Berlino

http://ohnestativ.wordpress.com/

La regista Susana Pilgrim racconta il suo viaggio in Sudafrica per presentare il documentario "Ci provo" al Cape Winelands Festival.

Insieme a lei ci sono il protagonista del film documentario, Luigi Fantinelli, ragazzo con sindrome di Down, studente di Scienze della Formazione e Tommaso Fiori, suo coinquilino in casa VAI a Bologna, anche lui con sindrome di Down.


 

La sera prima di partire per Città del Capo, ci siamo riuniti insieme alle due famiglie e i ragazzi per festeggiare la nostra partenza. Perché partivamo nelle prime ore del mattino del giorno dopo, avevamo deciso di pernottare a casa della famiglia di Tommaso e da li, andare insieme verso l’aeroporto. Si era creato una bella atmosfera tra le famiglie. I genitori mi aiutavano a preparare a ultimo momento i DVD che dovevo lasciare pronti da consegnare per il DOC IN TOUR. Mentre gli uomini controllavano che i DVD funzionassero bene tecnicamente, le mamme ritagliavano le copertine e i ragazzi scrivevano sul diario gli indirizzi delle persone a chi volevano mandare una cartolina dal Sudafrica. Si chiacchierava, si scherzava e si condividevano insieme le aspettative e l’emozione del viaggio. Dopo la cena e i saluti, i ragazzi si sono preparati per andare al letto. La sveglia era puntata per le 3:30 del mattino. Luigi e io dormivamo nella stanza per gli ospiti. Verso le 3 Luigi, come se fosse certo che io ero sveglia, mi parla in un tono pacato e fermo: “Susana, perchè è importante che ci sia anch’io in Sudafrica?” Io effettivamente ero sveglia, ma non so quanto fossi in grado di fare discorsi seri a quel ora della notte. Ho detto che innanzi tutto a me faceva un grande piacere poter condividere con lui questo successo. Poi che era anche importante perchè le persone che vedevano il film potevano giustamente pensare che era finto, cioè che avevamo montato le scene per fare finta che esistesse un tale Luigi che pur avendo la sindrome di Down era autonomo. Questo é una caratteristica del cinema e del teatro. Ma il nostro documentario racconta una storia vera e la sua presenza poteva far capire alle persone che questa realtà esiste ed é possibile. Inoltre avrebbero avuto l’occasione di confrontarsi con lui personalmente e magari fare delle domande che il film non rispondeva. Luigi non riusciva a dormire e rifletteva sul perchè di questo viaggio, sull’importanza che noi davamo alla sua presenza. Tutto ciò non li era in realtà del tutto chiaro. Ho riflettuto anch’io sul suo bisogno di tornare su certi discorsi che noi diamo speso per scontati e che a Luigi non sono chiari. Credo che lui abbia non solo il diritto di scegliere cosa vuole fare, ma soprattutto di capire cosa comporta la sua scelta. La mattina ci siamo alzati ogni uno pensando ai propri bagagli e bisogni senza quasi parlare fra di noi. Luigi si ha fatto la doccia e si é preparato assolutamente da solo. Tommaso é stato aiutato da suo padre, mentre la mamma e io ci siamo occupate delle nostre cose. All’aeroporto eravamo tutti già pienamente svegli e attivi. Ho chiesto il permesso per filmare i ragazzi mentre facevano insieme il check-in per noi tutti. C’è stato appena il tempo di salutare il padre di Tommaso senza troppa commozione e partire. Il viaggio é stato lungo. Scalo ad Amsterdam e poi altre 11 ore in aereo. I ragazzi si sono intrattenuti vedendo un film a scelta. Non c’era nemmeno uno in italiano, non solo Luigi, anche Tommaso si é accontentato di una storia di avventure in spagnolo. Per passare le ore, i ragazzi hanno scambiato qualche breve conversazione con le assistenti di volo che molto gentilmente si sono interessate al motivo del nostro viaggio e gli hanno accolto come dei veri VIP. I ragazzi erano contenti, ma anche un po’ perplessi. Già da prima di partire, io avevo tentato di raccontare qualcosa sul Sudafrica. Con Tommaso avevamo guardato in una enciclopedia geografica i paesaggi dei luoghi che avremmo visitato e lui si era subito affascinato dalle maschere africane. Le assistenti di volo hanno fatto in modo che i ragazzi potessero visitare la cabina del pilota dopo l’atterraggio. Tommaso curioso e divertito è entrato nel piccolo luogo pieno di tasti e orologi e ha salutato il pilota. Luigi non voleva entrare. Anche se l’aereo era fermo a terra ha sentito paura e ho dovuto insistere perchè si avvicinasse. Lo ha fatto presso dalla mano da Tommaso che non avendo paura lo rassicurava. In queste situazioni, mi sembra che Tommaso grosso di corpo e più sicuro di se nei movimenti fa di fratello maggiore e cerca sempre di rassicurarlo e proteggerlo. Infatti io presentavo speso Tommaso come la nostra guardia del corpo e lui rideva contento di questo suo ruolo. Gia in aereo Luigi comincia a esprimere i suoi dubbi e vuole sapere dettagli che io non posso rispondere. Le sue domande spuntavano dal nulla, dal silenzio, in momenti in cui non si parlava di niente. Dove é che stiamo andando? Come sarà la? Ma, c’è qualcuno che ci aspetta? Tu lo conosci? Com’é? Cosa fa? Dove andremmo a dormire? Cosa faremmo una volta arrivati? E domani? Non sapevo veramente cosa potevamo aspettarci. Le dicevo che non sapevo molto di più di quanto sapeva lui stesso. Sapevo si, che qualcuno ci avrebbe aspettato all’aeroporto, che forse aveva in mano un foglio con il mio nome, visto che non mi conosceva personalmente. Che lui ci avrebbe portato ad un albergo, avremmo dormito comodamene e il giorno dopo avremmo parlato con il responsabile del festival che ci avrebbe detto come era l’organizzazione. Di certo questo discorso non dava a Luigi gli immagini di cui aveva bisogno per farsi un’idea rassicurante di quanto ci stava per avvenire. Dopo un po’ tornava di nuovo con delle domande: - Ma, chi ci aspetta all’aeroporto? - Una persona ci sarà. - Come si chiama? - Non lo so, non la conosco personalmente, ma di solito si usa che abbia in mano un foglio con il mio nome. - E se non c’é? - Se non c’e, ci sediamo un attimo e insieme pensiamo cosa fare. Possiamo prendere un taxi e andare all’albergo che ho prenotato. - E domani? Cosa faremmo domani? - Non lo so. Sappiamo soltanto che domani proiettano il nostro film in una sala di cinema, perciò ci metteremo carini e andremo a vedere il nostro film. - E poi? E dopo domani che si fa? E chi ci sarà la? E cosa dobbiamo fare?... Le domande non finivano e io non sapevo cosa rispondere e dicevo, che anche se sembra strano, io trovavo eccitante non sapere cosa ci aspettava in Sudafrica. Era bello lasciarsi sorprendere, sicuri che qualunque cosa ci capitasse sarebbe stata una bella esperienza. Andare all’avventura significa non sapere sempre tutti i dettagli di ciò che ci aspetta. Se non abbiamo aspettative, niente ci potrà deludere. L’importante é che siamo insieme, attenti e sicuri che comunque vada andrà tutto bene. All’arrivo ci aspettava Said, l’autista che ci avrebbe accompagnato tutta la settimana. Aveva in mano un foglio con il mio nome scritto in grande, ed era insieme ad altri due persone: un giovane regista e un produttore Polacco con chi abbiamo condiviso molti momenti di questa settimana. Eravamo in una zona vinicola. L’albergo era fatto da piccole casette, in mezzo ai vignetti e vecchie cantine di vini trasformate in alberghi. Tutto molto bello e gradevole, ma la nostra prima impressione fu che non ci sarebbe stata la possibilità di essere autonomi. Eravamo isolati a 4 Km dal paese. Non c’erano mezzi di trasporto. Non c’era nessun centro dove fare una passeggiata spontanea. Said ci veniva a prendere ogni volta che c’era da vedere un film in paese. Passava a prendere altre persone in altri alberghi e ci riportava all’albergo alla fine del film. Non ci siamo scoraggiati, anzi, ci siamo rilassati, sicuri che avremmo trovato occasioni per usufruire dall’esperienza positivamente. I ragazzi stavano bene insieme. Erano attenti e curiosi. Luigi insegnava a Tommaso alcune risposte in inglese e Tommaso imparava divertito. Cosi Tommaso a saputo rispondere correttamente “thank you”, “fine”, “from Italy”, “Good by”, ecc. Luigi faceva all’inizio molte domande sul programma, cosa avremmo fatto, ecc. Tommaso era sveglio e curioso. Guardava tutto e anche se non esprimeva domande con parole era attento alle risposte. Dopo un po’ di tempo le domande sui passi futuri a seguire si sono sfumate e hanno dato luogo a domande direttamente legate a ciò che stava succedendo. La mattina dopo ci hanno portato a conoscere il direttore del festival nel centro organizzativo del festival, una vecchia cantina di vini, edifici dell’epoca coloniale olandese, con un anfiteatro, un cinema, un grande salone e giardini curati. La signora Fiori é rimasta nell’albergo e io sono andata a quel primo incontro con i due ragazzi. Il direttore ha accolto i ragazzi con interesse. Ci ha dato ad ogni uno una borsetta che conteneva diverse cose del festival, una credenziale con i nostri nomi, il programma, un libro sui vini della zona, un block di fogli da scrivere, una penna, ecc. Mi ha detto, che dava anche a loro una credenziale, così che anche loro si sentissero parte del festival. Mi é sembrato molto accogliente. I ragazzi erano eccitati, ma anche sereni. Ci tenevano alla presentazione del nostro film nel pomeriggio, e si stavano creando delle aspettative interessanti. Il cinema era in un piccolo centro universitario. Alla proiezione c’era, oltre il pubblico anche i due polacchi che ormai consideravano i nostri “amici”. Ad uno di loro ho chiesto di fare delle riprese durante la discussione. Alla fine della proiezione viene annunciata la mia presenza in sala. Quando gli spettatori hanno visto che erano presenti anche Luigi e Tommaso, la sorpresa é stata evidente. Si é parlato del film, ma subito la discussione si é rivolta a loro, alla loro vita attuale, al percorso di autonomia che stanno facendo e alle loro capacità di gestire aspetti della loro vita. Alla disponibilità dei compagni studenti, l’importanza di unire sinergie e di creare occasioni. Così anche Tommaso é diventato un protagonista. Luigi si esprimeva bene e volentieri in italiano e io traducevo all’inglese. Tommaso capiva interessato tutti i discorsi che facevamo, anche se in inglese e rispondeva alle domande fatte a lui con gli occhi grandi ed espressivi. Mi guardava e mi faceva dei gesti senza pronunciare più parole che un si o un no, ma spingendomi a raccontare per lui come dicendo: dai, Susana, diglielo! La gente ha ammirato i ragazzi e si é commossa dalla loro presenza, mi é sembrato, che la gente fosse sorpresa gia dal fato che avevamo fatto una lunga strada con due ragazzi Down, fino al Sudafrica per presentare la loro incredibile storia. Incredibile sembrava innanzi tutto l’apertura sociale e istituzionale che in Italia permetteva a ragazzi con la sindrome di Down di partecipare alla vita “normale” fino all’inclusione universitaria. La mamma di Tommaso era molto emozionata. Una donna ci disse che era insegnante e che la storia la toccava profondamente. Mi insegui fuori della sala alla fine della discussione dicendo che aveva una amica che lavorava in un centro per disabili e che, sicuramente le avrebbe fatto piacere conoscerci. Le ho dato un biglietto da visita e mi sono resa disponibile. Il giorno dopo mi chiama una donna e ci invita a visitare il centro per adulti disabili dove lavorava e presentare anche da loro il film. Accettiamo l’invito. I ragazzi erano orgogliosi e curiosi di visitare quel centro. Luigi inizia con delle domande che dimostravano una profonda riflessione di ciò che stava accadendoci. Come mai sono interessati a noi? Perchè sembra così particolare la nostra vita normale? Che fanno nel loro centro? “Non lo so”, era per lo più la mia risposta alla maggioranza delle sue domande. Andiamo a vedere e lasciamoci sorprendere. Non ho idea di cosa accadrà, di come vivono e cosa vedremmo, ma sono curiosa della loro vita qui. Prestiamoci allo scambio. Una donna gentile, educatrice di professione, ci fa vedere gli spazi di questo centro molto ben allestito, ma fuori del paese. Il centro é nato 26 anni fa dall’iniziativa di un gruppo di genitori. Mi dice che la loro intenzione principale e che le persone che lo frequentano e che vivono nella struttura si sentano come in casa. In questo senso mi sembra che sia un luogo sereno e accogliente. Vivono persone che hanno all’interno le proprie abitazioni e altre che lo frequentano durante la giornata. I genitori “comprano” la stanza per i propri figli, in modo tale che la loro vita nel centro sia garantita anche dopo che i genitori non ci siamo più per occuparsene. Non ci sono autobus per raggiungere il posto. Le persone sono portate avanti e in dietro con la macchina. La maggior parte di loro sono persone di razza bianca. Siamo in una zona coloniale molto occidentalizzata. Ci presentano un ragazzo Down molto sveglio e ben dotato. Parla inglese molto chiaro e subito si relaziona con Luigi e Tommaso. Fa vedere la sua stanza e le sue cose. Cerca una mappa dell’Europa in un libro e chiede a Luigi di farle vedere da quale parte dell’Italia veniamo. Racconta del suo lavoro e si interessa per la squadra di Rugby italiana. Tutti lavorano in diverse mansioni. Ci sono dei laboratori di cucito, falegnameria. Il ragazzo Down lavora in un luogo dove lavorano una ventina di persone. Preparano delle buste paghe. Mettono dei fogli di carta di una ditta nelle buste. Noi tutti, sia la signora Fiori che i ragazzi e io entriamo con molta disinvoltura in contatto con le persone. Salutiamo, parliamo con loro e facciamo dei complimenti su ciò che stanno facendo. Alcuni vogliono farsi delle foto con noi. Luigi e Tommaso sono gli incaricati di raccogliere il materiale per documentare la nostra visita al centro e fanno le foto. Ho subito notato come l’educatrice non lascia rispondere alle persone le mie domande, intervenendo subito prima che loro possano rispondere. Io la ignoro e continuo a tentare di ascoltare la risposta dalle persone. Ma lei non se ne accorge. Il centro fa lavori per ordinazione, restauro di mobili, creazioni di bambole e biancheria, ecc. Tutti lavorano, chi nei laboratori, chi in cucina o nel mantenimento del centro. Tutto sembra ben organizzato, ma il tempo di parlare con le persone, sembra una perdita di tempo, nel senso che non sembra a loro, che a noi possa interessare l’opinione degli utenti. La vita fuori del centro non esiste. Non so se fanno una gita fuori ogni tanto, ma la vita si svolge fondamentalmente all’interno della struttura. Chiedo a una persona che mi dice che lavora in cucina se anche lei partecipa dell’acquisto dei prodotti, ciò è della spesa, ma, non mi sa rispondere. Ci fanno entrare in una piccola saletta allestita per la visione del film con un televisore e fanno venire una trentina di ragazzi disabili e un’unica educatrice che avrebbe dovuto tradurre o spiegare ai ragazzi il film. Non ci sono altre adulti, educatori o responsabili del centro. Noi siamo rimasti stupiti del fatto che gli educatori non volessero vedere il film e che abbiano solo invitato a persone disabili a vederlo. Il film era in una lingua incomprensibile per loro e con sottotitoli in inglese. Sarebbe stato difficile di capire, immaginando che probabilmente non sapevano nemmeno leggere. Ma, noi non abbiamo discusso e abbiamo lasciato scorrere il film. Alla fine della proiezione Luigi ha chiesto a loro cosa avevano capito del film e se avevano qualche domanda da farci. Si é creata una bellissima discussione. Io stessa ero sorpresa di rendermi conto che i ragazzi non solo avevano capito l’essenza del film, ma anche facevano delle domande intelligentemente relazionate con la esperienza di Luigi. Il fatto che loro non capivano le interviste faceva si che guardassero oltre alla faccia degli intervistati e osservassero con attenzione le immagini che accompagnavano i discorsi fatti dai protagonisti. Cosi che i ragazzi con entusiasmo commentavano e chiedevano a Luigi direttamente sulla sua vita: Uno disse: “Ho visto nel film che tu vai in autobus da solo, che sai cucinare per te e che esci di sera con i tuoi amici. Dove hai imparato tutte queste cose?” Un altro chiede: “Si può imparare nell’Università ad essere autonomo?” Oppure: “Come va la tua relazione sentimentale?” Dove l’hai conosciuto? E poi domande del tipo: “Conoscete da vicino la squadra di rugby italiana?” I nostri ragazzi, che di rugby non hanno mai sentito parlare dicevano che loro s’interessavano più di calcio e di basket. Uno di loro ha capito che io ero argentina e mi ha detto che lui conosce a Messi un bravo calciatore argentino che gioca nel Barcellona. In somma erano interessati all’Italia e a noi. Poi ci hanno invitato ad una festa di compleanno quella stessa sera e allora io ho detto che Tommaso sapeva ballare hip-hop e quello ha fatto anche sensazione. Eravamo molto felici e soddisfatti della discussione con i ragazzi, che alla fine ho sentito più interessante che la conversazione avuta con gli educatori. Ero anche molto sorpresa di costatare che il film era stato “capito” anche di persone che non capivano i discorsi. Un’altra conferma del potere delle immagini e il messaggio profondo che trasmettono. La cosa forse molto triste, dal mio punto di vista é stato vedere che nel loro centro c’erano persone con molte competenze a chi le venivano negate le possibilità di svilupparsi e di integrarsi nella società. L’educatrice ci aveva fatto sapere che “prima” c’erano classi speciali nelle scuole per tutti ma che adesso erano state create scuole speciale per bambini e ragazzi con disabilità. Credo che lei considerassi la nuova disposizione come un progresso, mentre che a noi ci sembrava un passo indietro. Luigi e Tommaso hanno commentato l’esperienza e ciò che avevano conosciuto. La mamma di Tommaso le chiede se a lui farebbe piacere vivere in un centro così e Tommaso dice di no, quasi spaventato dall’idea. Luigi invece critica il lavoro meccanico che facevano le persone con le buste paghe. Il discorso mi da l’occasione di paralare con Luigi su il valore che ha che tutte le persone del centro lavorano e collaborano per il mantenimento di ciò che per loro é la loro casa. Che il lavoro da loro fatto era molto importante e che la cosa fondamentale era lavorare per contribuire con le spesse che la propria vita implica sia in un centro insieme ad altri sia in famiglia o con amici. Il lavoro delle buste paghe deve comunque essere fatto da qualcuno, con o senza disabilità, ed era molto importante che queste persone avessero l’occasione di farlo e di essere retribuite per questo. Lui non capiva che il loro lavoro fosse retribuito con soldi. Che poi questi soldi fossero gestiti dagli amministratori del Centro era un’altro discorso. Ho detto che noi potevamo criticare alcuni atteggiamenti del loro sistema, ma che in realtà potevamo vedere anche degli aspetti positivi. Ho costatato che Luigi non aveva ben capito che la vita costa danaro e che é un diritto il poter lavorare e guadagnare il danaro per pagare i costi di casa, mangiare e tutto il resto. Ho chiesto a lui come pagava le sue spese, da dove veniva il danaro che usava e la relazione tra lavoro e danaro; tra danaro e la sua vita quotidiana. Le sue idee erano molto vaghe del tipo: I soldi vengono fuori dalla banca. Ma che qualcuno dovesse lavorare per metterlo in banca e che lui ne abbia a disposizione, non era chiaro. Alla mia domanda come venissero spesi i 60 euro che lui ogni settimana versa nella cassa comune di casa VAI mi risposi che servivano a creare altri appartamenti VAI, oppure raccontava di suo fratello minore che lavorava ma no voleva contribuire con le spesse famigliari pur vivendo in casa, ma non aveva mai pensato che lui stesso non lavorava ancora e che i suoi costi venivano sostenuti dai suoi genitori. Ho avuto l’occasione, mentre facevamo una passeggiata, di spiegarle che il progetto di qui lui faceva parte, la sua formazione era un investimento nella certezza che essendo lui specializzato potessi un giorno trovare un lavoro migliore e guadagnare il suo proprio danaro con cui sostenere le proprie spese. Questa era una inversione che tutti i genitori facevano con piacere per i propri figli, sperando che un giorno fossero anche economicamente indipendenti. Abbiamo parlato del percorso dei soldi dallo stipendio del lavoratore in relazione al tipo di mansione e alle ore di lavoro, la banca, il bancomat, i costi della vita, l’affitto, le bollette, la spesa al supermercato, il costo dell’università, i vestiti, il materiale di studio, il trasporto, ecc. Lui era molto interessato e seguiva i miei discorsi con attenzione. Un giorno siamo andati a fare una gita fino al Capo di Buona Speranza. Tutti e due erano molto interessati a cose come che quel punto era il luogo più sud dell’Africa e che proprio li si toccavano i due oceani L’indiano e l’Atlantico. Si parlava di cosa é un océano, il perché dei loro nomi, che Africa é un continente, ecc. Abbiamo visto alcuni animali per loro esotici come i pinguini nella spiaggia e le scimmie per strada. Io segnalai un uovo di pinguino che c’era tra le rocce. Luigi mi chiede preoccupato come mai ci fosse un uovo li. Le ho detto che i pinguini come le galline e gli uccelli nascevano dalle uova. Ma, come dalle uova? Mi chiese. E mentre mi inseguiva camminando tra le rocce non finiva di farmi delle domande totalmente astratto in un tema, sul quale forse non aveva mai riflettuto. Ma, come fanno? chi fa le uova? La gallina? Dentro la pancia? E come escono le uova dalla pancia della gallina? Ma, come esattamente? E poi cosa succede? Tutta una serie di domande che addirittura mi mettevano in imbarazzo perché nemmeno io sapevo con chiarezza la risposta, finché le ho detto che non riuscivo a chiarire queste cose senza avere un’enciclopedia in mano e che avremmo potuto cercare l’informazione in internet. Il caso é che ho notato parecchie volte durante questo viaggio, che Luigi si fermava a riflettere con estrema attenzione su cose che non aveva mai pensato prima. Notavo nel suo viso un’espressione molto intensa, di chi é molto concentrato tentando di capire ogni cosa che le stava accadendo. Tommaso invece aveva un atteggiamento molto rilassato. Si godeva il viaggio come un eccellente turista. Faceva poche domande ma era partecipe di tutte le conversazioni. Guardava con attenzione l’intorno ed era consapevole di tutto ciò che accadeva. Ma aveva anche un atteggiamento di giorno in giorno più introverso. Credo che vedessi che Luigi si la cavava bene a parlare inglese, allora lui si nascondeva dietro di lui e si faceva aiutare per comunicare. Anche il fatto naturale che sua mamma fosse con noi, lo faceva rilassarsi di più, sapendo che qualcuno avrebbe pensato per lui. Anche se noi lo coinvolgevamo in ogni occasione e situazione, lui si rendeva conto, che Luigi era un po’ più protagonista di lui. Non ho percepito in lui gelosia o invidia per questo fatto, anzi forse ammirazione e anche una motivazione per svilupparsi. Ma nei giorni seguenti Tommaso si é spento un po’. Per strada camminava lento, sempre dietro di noi (anche Luigi) e non guardava da nessuna parte prima di attraversare la strada. Noi, la Sig. Fiori e io, li spingevamo a camminare davanti a noi e loro si sentivano addirittura a disaggio, così che noi un po’ scherzando, un po’ sul serio le spingevamo ancora di più come se fosse un gioco a camminare davanti fino al semáforo o ad un punto concreto. Un giorno Tommaso camminava più pesante del solito. Era un po’ apatico e sembrava non collaborare volentieri. C’era un semaforo che lui non guardava. Il semaforo era particolarmente veloce, così che mentre io lo incitavo a guardare se era verde e lui alzava la testa, era gia diventato rosso. Così dopo tre volte le ho detto in modo energico che non potevo credere che lui si comportasi tanto passivamente come un bambino, come la sua nipotina di 3 anni, sicuro che la sua mamma avrebbe pensato per lui e che io non avevo voglia di andare in giro così. Luigi interrompe la discussione con un tono pacifista per sdrammatizzare, ma io lo fecce stare zitto perchè parlavo con Tommaso e non con lui. Le ho detto a Tommaso che volevo andare in giro per il Sudafrica con uno di cui fidarmi e che volevo che fosse lui a farmi attraversare la strada sana e salva. Mi sono messa le mani sugli occhi e mi sono girata. Le ho detto che appena diventava verde avrebbe dovuto portarmi dall’altra parte molto velocemente perchè il semaforo durava poco e non volevo finire sotto una machina. Lui é stato attento e mi portò bene sull’altra parte. Subito dopo abbiamo riso di qualche battuta e siamo andati a bere qualcosa. Ho notato che da quel momento Tommaso invece di essere offeso per quanto era successo era molto felice, ha alzato la testa ed era contento. Ho pensato che forse la mia reazione le aveva fatto capire che io ero attenta a lui, che ci tenevo a che lui si comportassi da adulto e che non intendevo proteggerlo come a un bambino o difenderlo, come innocentemente faceva Luigi trattandolo come a una persona debole. Tommaso é tutto altro che debole e ha tentato tutto il tempo di sottolineare la sua individualità, scegliendo sempre qualcosa di diverso di quanto sceglievamo noi e negandosi, per principio (e per scherzo) a molte proposte. Poi quando le veniva spiegata meglio la proposta, non riusciva a negarsi perchè era piacevole, ma prima di pensarci diceva gia di no. In albergo si muovevano come in casa. Hanno imparato ad usare la chiave magnetica e andavano da soli al bar a prendersi un caffé. Mettevano letteralmente in imbarazzo a tutto il personale dell’albergo, che non avendo avuto mai l’occasione di interagire con due ragazzi Down, al meno con due italiani, non sapevano come comportarsi. La prima volta che i ragazzi si sono presi un caffé non lo hanno pagato. Il personale ha chiamato in stanza allarmatissimo perchè i ragazzi non avevano pagato il conto. Abbiamo detto ai ragazzi che dovevano pagare al momento ogni consumazione e li abbiamo mandato di nuovo al bar, da soli, a pagare. Forse si sono dimenticati, ma credo che sia anche che in Sudafrica hanno abitudini diverse che in Italia, dove uno si avvicina alla cassa a pagare oppure paga il conto in un secondo momento. Il fatto é che la gente del albergo era sorpresa anche di noi, che lasciavamo i ragazzi in libertà e li mandavamo da soli a risolvere i loro problemi. La storia del caffé non pagato si é ripetuta diverse volte e sempre veniva qualcuno a parlare con noi. Ci limitavamo a ripetere in inglese, davanti al camerieri, lo stesso che lui aveva appena detto e i ragazzi capivano che dovevano pagare. Il cameriere mi disse che non riuscivano a pagare perchè non parlavano bene l’inglese e io le ho detto che i numeri erano uguali in tutte le lingue e che potevano provare a scrivere il conto in vece di dirlo a voce. Ne Tommaso ne Luigi hanno avuto maggiori difficoltà a recarsi alla cassa in diverse occasioni e pagare qualcosa. Ciò che in Bologna é ormai normale, potrebbe essere più complicato in un’altra lingua e con una moneta diversa dall’euro. Ma nessuno dei due ha avuto maggiori difficoltà. Tommaso si é comprato un gel per i capelli, hanno pagato in una pizzeria dove abbiamo cenato, ecc. La sorpresa della gente in generale di vedere i ragazzi volendo pagare era evidente, ma erano anche estremamente gentili. Notavano velocemente che non erano da soli e capivano al volo la nostra provocante passività. In questo senso ho notato che la gente reagiva più veloce e naturalmente che in certi piccoli paesi italiani. Ci sentivamo osservati anche soltanto quando camminavamo per strada. Credo che semplicemente non si vedono tanti ragazzi disabili in giro. Che poi fossimo degli “stranieri” era forse ancora più strano. Ma l’atteggiamento generale era di molta gentilezza e simpatia. I nostri ragazzi con tutta la loro innocenza credo non notassero gli sguardi curiosi e si relazionavano con facilità. Un pomeriggio dopo una passeggiata nel paese abbiamo chiesto ai ragazzi se andavano da soli al albergo, accompagnati dall’autista del festival. Noi volevamo vedere un film che non era adatto a loro e li avremmo raggiunto dopo. Credo che quella sia stata una bella provocazione. Per i ragazzi nessun problema, ma tutti gli altri, dall’autista ai polacchi, si sorprendevano che noi ci fidassimo dei ragazzi al punto di lasciarli da soli! Il contatto con altre persone del festival, registi e produttori é stato anche interessante. I ragazzi ridevano e commentavano sulle persone che conoscevano, prendendomi in giro e scegliendomi dei potenziali fidanzati. Tutti erano gentili e interessati a loro. Il produttore polacco per esempio mi raccontò entusiasta quanto era stato divertente il Tour dei Vini che aveva condiviso con i ragazzi (al quale io non ho partecipato) parlando di loro come di persone adulte, capaci di distinguere un buon vino. Una donna della Turchia mi ha detto che i ragazzi erano veramente in gamba e tanto autonomi e indipendenti!! A me ha fatto piacere sentire che descriveva i ragazzi proprio con queste due qualità: autonomi e indipendenti. Il direttore del festival e altre persone si interessavano di loro con sincerità. Io ho preso contatto con una radio gestita dagli studenti universitari e ho concordato con loro una breve intervista che hanno fatto a Luigi in diretta. Una giornalista locale ha chiesto di fare anche lei una intervista a Luigi da pubblicare nella stampa locale. Durante l’intervista Luigi ha risposto alcune domanda in inglese, dopo io ho tradotto alcune altre e finalmente la ragazza tentando di dire qualcosa in italiano mostra di sapere parlare lo spagnolo. Luigi ha capito subito e le ha detto che se voleva poteva parlare spagnolo e hanno avuto una bellissima e interessante conversazione in spagnolo. La donna era evidentemente sorpresa delle competenze linguistiche di Luigi, ma lo era forse di più dalla profondità delle sue risposte. Luigi ha saputo raccontare con coerenza e con grazia la sua esperienza di vita, l’università. L’Erasmus e casa Vai e commentare le sue impressioni del Sudafrica, della natura e della gente che aveva conosciuto. Io ho cercato de passare un momento da sola con ogni uno dei ragazzi, perchè sentivo che si era creata una amichevole concorrenza per le mie attenzioni. Una volta sono andata a fare una passeggiata con Tommaso per i giardini dell’albergo e poi siamo andati a prendere il caffé e leggere il giornale come di solito facevamo in Italia quando eravamo insieme. Tommaso, con me da sola era più disinibito e ha chiacchierato di più che quando eravamo tutti insieme. Con Luigi siamo andati insieme in paese in occasione dell’intervista della radio degli studenti e dopo abbiamo fatto una passeggiata nel giardino botanico. Abbiamo parlato di geografia, di sociologia, del apartheid, del dopo guerra, della famiglia. Luigi manteneva un livello alto della conversazione collegando informazione acquisita da diversi esami dati. Lo notavo molto adulto e più colto da un anno fa. Ogni volta che le facevo un complimento lui diceva “ma va là, non é vero” Le ho spiegato che se non fosse vero che senso aveva che lui studiasi all’Università. Uno studia per sapere di più, essere più informato e che in due anni di Università lo vedevo molto più capace di comprendere il mondo anche grazie a quanto aveva imparato in ogni esame. Facendo il film sulla sua esperienza ho avuto occasione di viaggiare con lui diverse volte e di passare più giorni insieme da due anni a questa parte. Ho notato che Luigi era cresciuto molto e aveva imparato molto di cultura generale. Riusciva a dire qualcosa giusta relativa qualsiasi tema in tutte le conversazioni e se non conosceva l’argomento chiedeva con profonda attenzione e sincera curiosità che le venisse spiegato. Non avevo mai visto prima che Luigi “pensasi” nel senso di riflettere tanto in tanti giorni di seguito. No so se era questa intensa attività mentale che portava a Luigi a parlare da solo quasi in continuazione. Luigi parla molto speso da solo, con se stesso o con qualcun altro. Probabilmente, per quanto so da sua madre e dalle compagne di casa in Via Frassinago Luigi parlava da solo gia alcuni anni fa. Ma voglio sottolineare che io non lo avevo mai visto parlare da solo cosi tanto come durante i giorni insieme in questo viaggio. In genere si allontanava o credeva di passare inosservato, ma molto spesso si girava soltanto e cominciava a ripetere i discorsi appena fatti, come se spiegassi a qualcuno o a sé stesso quello che stava tentando di capire. Una volta addirittura si sentì sorpreso in fraganti e disse che stava parlando con un bambino in inglese. Sottolineò con ansia che il bambino ci fosse veramente ma che era appena andato via. Anche Tommaso si accorgeva di questo e magari ci guardava come chiedendo: che fa? Allora noi lo invitavamo ad andare lui a parlare con Luigi. Un’altra cosa che ho notato molto nelle circostanze di questo viaggio e che Luigi si scoraggia molto velocemente davanti a difficoltà di tipo manuale. Per esempio se deve aprire una bustina di plastica sottile che contiene un auricolare, gia prima di tentare, senza guardarti chiede come si fa. Poi prova poco convinto a trovare il lato da dove si apre. Guarda la bustina senza vederla e ti la passa subito perchè uno l’apra per lui. La mia risposta é stata: aprila tu. Lui la gira e la rigira e non riesce a trovare il modo. Chiede ancora come fare. La mia risposta é che fare un esame di sociologia all’università é molto più difficile che tirar fuori gli auricolari da un sacchettino di cellofan scartabile, ma senza gli auricolari non si può sentire l’audio. Ha bisogno di molta pazienza da parte nostra per non soffiarle la soluzione e portarlo al punto più logico di strappare il sacchettino. All’aeroporto per esempio ci siamo pressi tutti e quattro un caffé che ci hanno servito in un piccolo vasetto di carta con sopra un tappo di plastica ad incastro. Un sistema molto comune che da, al meno 20 anni viene usato per le bevande in genere. Questo per dire che non credo che sia la prima volta che Luigi si trova di fronte a questo problema. Tommaso la sua mamma e io abbiamo aperto senza difficoltà la tazzina e ci prendiamo il profumatissimo caffé. Luigi non riusciva a tirar via il tappino. Noi abbiamo ignorato la sua richiesta di aprire il vasetto per lui facendo finta di essere distratte. Continua a lottare con il vasetto girandolo e girandolo con una gran voglia di bere il caffé. Come si fa? Chiedeva. Io dicevo che non aveva segreti, soltanto aprirla. Lui mi dice che é difficile e che lui non può farlo. Io le ho fatto notare che eravamo all’aeroporto di Amsterdam. C’erano centinnaie di persone intorno a noi e chiunque volesse prendere un caffé ci sarebbe riuscito. Finalmente si decise e l’aprì. Credo semplicemente che Luigi sia molto comodo. Non ci riesce perchè riesce a farsi aiutare. Usa il linguaggio verbale con strategica tenerezza, per convincere gli altri a fare le cose per lui. Speso uno non se ne accorge nemmeno che le sta negando la possibilità di farlo da solo. Luigi non guarda ciò che uno segnala. Se chiede dove sia qualcosa e tu dice: guarda, è là. Lui é disorientato. Oppure se uno dice: guarda là sopra che cosa c’è. Lui non guarda prima la persona che parla per vedere dove sta segnalando e poi non sa dove guardare. Ma la sua risposta é sempre: lo so. Lo avevo visto. Bello! Io le facevo notare che non era vero, che non stava guardando dove io le dicevo, allora lui si accorgeva e diceva: ahhh vero, si adesso l’ho visto. Credo che questo tipo di attenzione siano cose su cui si possa lavorare. Lui si portava un libro con sé dappertutto e diceva che la cosa che più le mancava dall’Italia, non erano le persone, nemmeno la sua ragazza, ma le ore di studio. Credo che a tutti noi mancava il tempo per stare per sé e Luigi, non sapendo stare da solo senza fare niente s’immerge nella lettura e così riesce a stare per fatti suoi. Penso che erano questi momenti per sé che le venivano a mancare. Noi insistevamo perchè loro scrivessero in facebook o per email agli amici sull’esperienza che stavano vivendo, ma nessuno dei due ne aveva voglia. La sig. Fiori e io lo facevamo e raccontavamo a loro le risposte che ci mandavano. Parlavamo delle amicizie che bisognava curare, le relazioni, ecc. Ma loro non ne avevano interesse. Luigi ignorava addirittura i messaggi della sua ragazza, l’unica che ogni tanto le mandava un saluto. A dire la verità non ricevevano ne anche loro messaggi dai loro amici. Questo mi ha sorpreso, che dall’Italia non arrivassero ne email ne messaggi in facebook chiedendo se stavamo bene, dove eravamo e cosa stavamo facendo o semplicemente mandando saluti. Questo tipo di incentivo e auguri arrivavano si dalla famiglia e da persone “grandi”, genitori di amici ecc. ma non da compagni di università o amici giovani ne anche da casa Vai. Dopo qualche giorno abbiamo cominciato a fare un diario di viaggio, perchè notavo che dimenticavano con molta rapidità cosa stava accadendo. Perciò ogni giorno commentavamo cosa avevamo fatto il giorno prima e scrivevano in un quaderno alcuni titoli che dopo avrebbero aiutato a ricordare e con delle foto avrebbero potuto raccontare meglio la loro esperienza. Tommaso ha una capacità comunicativa con il corpo e i gesti molto ricca. Forse ancora più sviluppata che un anno fa quando lo ho conosciuto. Proprio perchè non parla con parole e forse non capisce tutte le parole che vengono dette, ti guarda agli occhi e osserva tutti i movimenti che uno fa con attenzione. Se deve aprire la bustina con gli auricolari, basta uno sguardo perchè capisca che non ho intenzioni di aiutarlo ad aprirla allora torna sul pacchettino e semplicemente lo strappa e si mete gli auricolari. Oppure davanti alla porta del bagno dell’aereo che si apre spingendo nel mezzo della porta, lui prima prova i modi più ovvi, quando non ci riesce ti guarda chiedendo in silenzio un aiuto. Il mio sguardo scivola e lui capisce che deve continuare a provare. Capisce anche che se io non le do una risposta é perchè considero che lui é in grado di trovarla. Questa é forse la cosa più importante, la fiducia che ha nella relazione. Poi, ho notato che lui essendo dentro il bagno non aveva chiuso la porta dall’interno. Non chiudendo la porta, non si accende la luce del bagno. Questo per esempio gli é lo spiegato con parole e facendoli vedere come fare perchè non ci sarebbe arrivato da solo. Anche in situazioni in cui noi rimanevamo passivamente ad aspettare che loro prendessero un’iniziativa era sempre Tommaso a reagire per primo. Lui non ha bisogno che uno con parole gli dica che adesso ogni uno deve pensare a se, Tommaso lo capisce subito dal momento che noi mostriamo con il nostro atteggiamento che non abbiamo intenzioni di fare per loro. Le aspettative riguardo al festival erano diventate tante, anche perchè la sig. Fiori e i genitori di Luigi ci tenevano alla possibilità di vincere un riconoscimento per il nostro film. Io ero molto più realista e capivo che gia il poter partecipare era per noi un grande successo, ma ho dovuto chiedere agli altri di non esagerare con questo desiderio, perchè mentre noi riusciamo a gestire facilmente una tale delusione, mi sembrava che per Luigi e Tommaso poteva essere una vera frustrazione. L’aspettativa cresceva con i giorni e la Cerimonia finale si avvicinava. Luigi voleva vincere un premio! Io le ho spiegato come funzionava il festival, quale era il vero valore del nostro film e quali i criteri della giuria. Se bene il nostro film aveva un grande valore morale, lui non era un attore professionale ne io una regista con esperienza sufficiente per aspirare ad un premio con il nostro primo film. Le ho spiegato la differenza tra un film di Hollywood come Batman fatto con un budget pari a 10 volte il valore della casa dei suoi genitori con tanti attori e tecnici che partecipavano della produzione e che veniva proiettato in migliaia di cinema di tutto il mondo e un documentario come il nostro fatto con amici amateur e pochi soldi ma pieno di senso e un importante messaggio per la comunità. Lui si sforzava per capire e poi ripeteva da solo i miei discorsi come se stasi dando le stesse spiegazioni a qualcun altro. Avevo ricevuto un invito speciale per la cerimonia e gli facevo notare che eravamo invitati esclusivi del evento e che dovevamo vestirci adeguatamente per la occasione. Durante l’evento non c’erano più di 60 o 70 persone, molte delle quali, loro avevano conosciuto nei giorni precedenti. Credo che l’evento aveva la dimensione giusta perchè loro potessero sentirsi veramente parte. Durante la cerimonia Luigi stava ansioso e anche Tommaso era emozionato. Non abbiamo vinto nessun premio e ci siamo consolati con un bel sorriso e un bacio fra di noi. Ma alcune ore dopo, mentre il pullmino ci portava al albergo Luigi mi disse: Visto che non abbiamo vinto il premio, dovremmo fare un altro film, questa volta però, senza Cuomo! Mi ha fatto ridere la sua proposta e ho detto che con piacere avrei fatto un nuovo film con loro, ma loro dovevano crescere, studiare, imparare in modo tale che fra qualche anno abbiamo nuove e interessanti esperienze da raccontare! Dopo la premiazione proiettavano il film vincitore. Si trattava della storia di una donna con una malattia psichica che era stata ricoverata in un psichiatrico in Finlandia prima della 2. Guerra mondiale e aveva passato tutta la sua vita lì fino alla sua morte negli anni 90. La donna credeva di essere una principessa e aveva fatto in modo che tutto il personale dell’ospedale la trattasse come tale, al punto che dopo la sua morte, l’ospedale ha fatto un monumento in onore a lei nel giardino. Era un bel film, anche divertenti per momenti, ma anche molto drammatico, soprattutto all’inizio in qui mostrava la crudeltà con cui venivano trattati i malati mentali negli anni 40. Io avevo visto il film nei giorni precedenti, ma Luigi non lo aveva visto e ha voluto rimanere in sala da solo, mentre che Tommaso, la sua mamma e io eravamo nel salone in qui si svolgeva una piccola festa. Luigi vede il film da solo, in lingua originale finlandese con sottotitoli in inglese ed esce sconvolto ed emozionato per la storia. Nel fra tempo io avevo avuto occasione di parlare con un uomo della giuria che si presentò come un giornalista della radio internazionale francese con ascolto mondiale e si era interessato della esperienza di Luigi e Tommaso al di l’a del Film. Mi aveva dato un suo biglietto da visita e mi aveva detto che si sarebbe messo in contatto con me per parlare della loro esperienza. Quando Luigi era uscito dal cinema, ho voluto approfittare dell’occasione per presentarle questo giornalista francese. L’uomo parlava l’italiano ma meglio ancora parlava lo spagnolo, cosi che la conversazione si svolge prima in inglese, poi in italiano e finisce anche in spagnolo. Luigi in modo brillante racconta che ha appena visto un film sconvolgente. L’uomo chiede come li era sembrato il film. Luigi chiarisce che non riusciva a capire la lingua in cui era parlato ma che leggendo in inglese aveva capito tutto. Dice che é un bellissimo film sulla vita di questa donna che si sentiva una principessa all’interno dell’ospedale psichiatrico e riesce a farsi rispettare come tale dal personale, ma che in realtà il film era molto forte. L’uomo le chiede che parte li era sembrata “forte” e lui le dice che sopra tutto all’inizio del film, in cui fanno vedere i metodi terribili usati nel ospedale all’epoca della guerra, ma dopo sono cambiate le cose con il tempo e come la donna superando situazioni tragiche che ha dovuto vivere, faceva ridere con il suo atteggiamento. La fine del film era tanto bella da piangere. L’uomo era stupito delle competenze linguistiche di Luigi ma ancora una volta era la sua capacita di analisi che era sorprendente. Io stessa ero stupita. Durante questa festa, Tommaso si manteneva un po’ da parte. Forse la situazione lo annoiava, oppure vedeva che Luigi riusciva comunque ad interagire con gli altri. Io parlavo con alcune persone, ma tornavo da loro una e altra volta. Avevano fame e non sempre gli stuzzichini che i camerieri portavano in giro arrivava a loro, così che io mi occupavo di farli arrivare qualcosa da mangiare. È successo in un attimo che Tommaso é sparito. Non c’erano luoghi dove andare, eravamo in una cantina dei giardini intorno e un paio di edifici, dove avevano visto il film, un anfiteatro e quello dove si svolgeva la festa. Iniziamo a cercare Tommaso, fuori in giardino e dentro ma non lo trovavamo. La sua mamma lo chiama al cellulare e Tommaso fa: “mamma, mamma” e cade la linea. La mamma naturalmente si preoccupa, anche noi e i polacchi “amici” iniziano a cercarlo con noi. La mamma telefona ancora e chiede dove é. Lui risponde: sono qui. Dentro o fuori chiede la mamma e lui dice dentro. Dopo una decina di minuti trovai Tommaso seduto sui gradini nella sala dove c’era stata la cerimonia. Lui mi guarda con un grande sorriso e molto tranquillo. Credo che l’abbia fatto a posta, per farsi cercare. L’ultimo giorno siamo andati a fare una gita a Città del capo, dove abbiamo presso un autobus per turisti che aveva degli auricolari e si poteva seguire le spiegazioni della guida in tutte le lingue. Cosi abbiamo avuto modo di conoscere la città e la sua storia. Abbiamo fatto un giro in un mercato dove Tommaso ha acquistato una maschera e Luigi un piccolo souvenir per la sua ragazza. Abbiamo visto le foche che abitavano liberamente in un piccolo porticino in centro e abbiamo fatto tante foto del Table Mountain e i luoghi più significativi. Il viaggio di ritorno è stato per Tommaso poco gradevole, visto che stato male in aereo e non é riuscito a dormire. L’incontro all’aeroporto di Bologna con i genitori di Luigi e il papà di Tommaso é stato molto bello. Tommaso ha subito consegnato a suo padre una piccola pietra che aveva raccolto per lui nel Capo di buona speranza e che avevamo chiamato la pietra della speranza. Tutto sommato credo sia stata una bella esperienza per tutti e due. Non ho enumerato qui le molte competenze che i ragazzi hanno avuto modo di mettere in pratica: l’organizzazione della loro valigia, l’igiene personale, la responsabilità di fare le foto e custodire le proprie cose, la gestione del danaro a disposizione, la gestione del mangiare libero e in abbondanza in relazione alle proprie abitudini e bisogni alimentari, lo scrivere delle cartoline, l’orientamento in luoghi nuovi e il seguire indicazioni grafiche per raggiungere la porta d’imbarco in grandi aeroporti, l’interagire con persone “diverse” che avevano anche modi diversi di comunicare, l’interesse per la vita in un luogo tanto diverso dalla loro realtà, lo stare insieme, aiutarsi a vicenda, complimentarsi e condividere. Credo che l’esperienza é servita inoltre per che i ragazzi prendessero consapevolezza dell’importanza dei progetti di cui fanno parte, che la loro bella fortuna consiste nell’avere occasioni di qualità che non tutte le persone hanno e che la loro esperienza possa aiutare ad altre persone a comprendere che é possibile un mondo migliore. Credo anche che abbiano veramente compresso che la loro testimonianza é molto importante, ma che anche é una loro responsabilità essere partecipi di casa VAI che da a loro l’opportunità di fare un percorso di autonomia tanto importante quanto piacevole Che é grazie a questo percorso, agli amici, al Prof. Cuomo e a tutti quelli che ci credono e partecipano attivamente di questo progetto, che noi abbiamo avuto l’occasione di questo viaggio insieme. Di fare questo film e di pensare a nuove e interessanti sviluppi per la loro e la nostra vita.