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INTERROGHIAMO LE ESPERIENZE

 

Scritti per una “scienza” euforica degli effetti di lettura

 

 

Maria Grazie Longhi

Scrittrice

 

 

Come abbiamo inteso gli effetti di lettura?

 

Li abbiamo intesi sì, come “universo” (l’“universo immaginario evocato dall’autore” più l’”universo immaginario costruito dal lettore”)1, ma anche e soprattutto come avventura: “...chiamo avventura il modo in cui il piacere viene al lettore: è, si può dire, quella della scrittura: la lettura è conduttrice del Desiderio di scrivere” 2.

Servirsi, ed è stato il nostro caso, di autori quali Ponge, Perec, Barthes, Proust, tra gli altri, quali conduttori del desiderio di scrivere, funziona sempre come una miracolosa sorgente di ringiovanimento, non solo formale, e di rinnovata freschezza intellettuale.

Abbiamo lasciato, su consiglio di Rilke, che l’opera di questi autori ci insegnasse a stare “di fronte” al mondo; abbiamo ripreso semplicemente ad interrogarlo, a contemplare; così ci è stato possibile tornare a meravigliarci, a scoprire.

Nell’atèlier di scrittura svoltosi a Bologna nei giorni 6, 7 e 8 Settembre 1993, il titolo del seminario (Scritti per una “scienza” euforica degli effetti di lettura) ne annunciava maliziosamente il tono, a sostegno di una verità non interpretativa, ma soprattutto ludica della lettura, ludica e naturalmente di intensa produzione “...non una distrazione, ma un lavoro da cui però ogni pena sarebbe evaporata: leggere e far lavorare il nostro corpo...all’appello dei segni del testo, di tutti i linguaggi che lo attraversano e che formano come la profondità cangiante delle frasi”3.

I testi prodotti hanno risposto all’appello dei segni con una scrittura che ne ha ripreso il senso (e cioè il movimento verso il significato, le direzioni), reattiva e mobile quanto lo sono le sensazioni riportate al momento stesso del loro risveglio e della loro nascita.

Si sono prodotti in media quattro testi al giorno, corrispondenti ad altrettante forme di esplorazione estetica: dalla formulazione di un inventario alla Perec (una descrizione della realtà sbarazzata da ogni idea aprioristica), al racconto di un episodio d’infanzia iscritto nella “memoria del corpo”; dalla notazione breve dell’istante resa con la tenuità e la trasparenza degli Hiku giapponesi, all’”oggetto pongiano” (l’interminabile catena di associazioni verbali attorno alle cose, una volta raccolta dalle parole la loro sfida di “ambasciatori del mondo muto”).

Ci hanno accompagnato nelle giornate di lavoro attorno all’emozione di conoscere alcune figure maggiori dell’Euforia: la Delicatezza, l’Umorismo, ed anche, in tutta la bellezza del suo senso preclassico di “silere”, il Silenzio. Fedele alla sua etimologia, questo vocabolo composto dal radicale greco eu = bene e dal verbo foreo = portare, ha portato in seminario sentimenti di benevola accoglienza, rincuoranti come l’amicizia e l’affetto.

Sono svanite invece le figure della paura e dello scoraggiamento, l’angoscia di non saper scrivere o il dubbio inibente sul come, perché, e soprattutto per chi scrivere: sentivamo infatti che scrivere in compagnia e trovare subito un lettore negli altri era già una risposta. I passaggi dalla lettura di un brano alla trascrizione dei suoi effetti, riflettevano la complessità, il plurale del gruppo, una comunità di 15 partecipanti, 16 compresa l’animatrice; allo stesso tempo ogni persona ha detto la sua unicità creando uno spazio di incontro tra voce ed ascolto, tra la grana particolare della sua voce e la lingua: era una attenzione assorta, la nostra e...distratta, distratta dalla varietà delle modulazioni sonore proprie ad ogni parola, dall’andamento proprio alla frasi ed al ritmo del loro insieme; un ascolto sospeso, ondeggiante tra senso e sensazioni sensibili alla percezione fisica del testo, alla sua esecuzione musicale, in un certo modo, o teatrale, così come alla più sotterranea trama di essenze e di storia proprie alla persona dell’autore.Banditi i giudizi di valore, i voti, la competitività o i conflitti che ne derivano, si è raggiunto invece un altro obiettivo, più legato all’idea che la scrittura sia “l’esercizio di una generosità” proprio perché esercizio di distanziazione, di sottrazione di sé a vantaggio della ricerca dell’altro, di uscita da un “io” “eternamente desiderante”.Tra utopia e sovversione, si è collocata una tra le pretese maggiori tendente a suscitare in ognuno e nella vita del gruppo un’intima trasformazione, uno stato euforico che fosse insieme stato di grazia e di crisi: “esiste un’etica della scrittura (chiamo così l’insieme dei valori fini che danno voglia e ragione di vivere); o meglio, la scrittura è un po’, ogni volta, “una crisi di bontà”4.

Ecco, nati dall’incontro con gli autori prima citati una parte dei testi prodotti in atelier:

• L’”effeto Ponge” o “l’allegria materialista”

Testi prodotti in piccoli gruppi dopo la lettura de“il sapone - la pioggia - il pane - l’ostrica - la sigaretta”

“E’ qui, davanti a me, fermo, immobile...eppur si muove. Trema...respira?

Di color argenteo, viscido, compatto eppure amorfo. Scivola via sulle superfici, si frantuma, eppure si può fondere. Sta lì, contenuto in una forma che non è la sua. Se potesse sarebbe una bolla, o una goccia pesante pesante, ma veloce: se può guizza, scappa, non si fa prendere.

Gioco comune, forse, di molti bimbi: l’inseguire mille palline che mani delicate formano, per poi riunirle spingendole une contro le altre. Quanto mi ha affascinato ogni volta che ho avuto la fortuna di fare un danno e liberarlo! Crash...sul pavimento, in cento e cento schizzi di vetro e.. palline...Di che? Dove vanno? Come prenderle? Si disperdono sulla superficie e allora è tutto un recuperare quelle mille piccole sfere simili a mille bolle. Puoi decidere di continuare a frantumarle fin quasi a farle sparire: in quel caso presta attenzione, perché il tuo oro sarà segnato. Oppure puoi riunirle in un tutt’uno, ma non sperare di poterlo raccogliere facilmente: se sei maldestro passerai molto tempo senza riuscirvi.

Adesso è imprigionato, basta toccarlo e ti risponde muto, tremando tutto...anche dentro, nel mio cuore, c’è qualcosa che trema, che non è un sentimento: è un’emozione.

Il calore lo fa aumentare, ma è sempre quello. Sale, scende, risale. Lo puoi osservare facendo una serie di giri, guardando, spiando da un lato e continuando a girare il vetro che lo contiene come un mago fa con le magiche pozioni dei suoi alambicchi: eppure è pesante, freddo, in fondo “è roba da dottori”. Divide con noi malesseri e stanchezze. Austero, colto, con compiti di alto livello clinico...Ma io vedo, è un birichino che ha ancora tanta voglia di giocare. Il suo nome è quello di un dio e la sostanza è metallica, ma di divino ha forse solo il colore, la consistenza, ...e ti accorgi che brilla senza che il sole provi a sfiorarlo.

(Lucia e Antonietta: Il mercurio)

Sei così fragile, pur nella tua ampollosità, così delicata quando ti si tocca. Solo il contatto con chi riesce ad infonderti un’energia viva, sprigiona la tua vera essenza ed allora sei capace di accenderti di mille colori e sento il calore del tuo essere che mi colpisce e talora mi abbaglia.

Di varie forme ti si può trovare a seconda dell’uso e del gusto, dalla più semplice alla più complessa e sofistica. Sferica, appiattita, allungata, sabbiata, liscia, ma comunque sempre unica nel tuo genere, perché dispensatrice di infinite soluzioni.

La tua trasparenza fa scorgere un micro meccanismo così apparentemente chiaro, ma in realtà così complesso. A piccoli improvvisi movimenti o a forti prolungate scosse, la sottile altalena, che la campana di vetro racchiude, inizia a tremolare, come desiderosa di trasmettere l’allarme di pericolo agli altri ingranaggi. Chissà quali misteri sono poi racchiusi dentro la sottile o grossa spirale, a seconda dei modelli, che induce verso l’alto, ma alla quale è stata predisposta una funzione secondaria di supporto di una parte assai più attraente. Ma come i remi - pur rimanendo periferici rispetto alla barca - ne permettono lo spostamento, così anche alla spirale va il merito della creazione di quello spettacolo grandioso, capace di illuminare il buio e di far danzare attorno i più svariati insetti. Non posso sostenere il tuo sguardo che raramente e questi sono i momenti della tua maggiore debolezza: ti preferisco forte e mi spavento quando talvolta, all’improvviso, qualcosa di sottile in te si spezza, bruciato forse da una attività troppo intensa e mi lasci sola, al buio.

Ma basta un tac, un clic, un tic e l’oscurità si dissolve in un baluginare di raggi, in un carnevale di colori, di forme...di presenze. Lo spazio prende corpo, l’immagine si manifesta, affrancata da quel mondo segreto che la teneva nascosta. Possibile che un filamento incandescente possa in zero attimi vestire di chiaro la notte e aprire la mente a nuove volontà e nuovi desideri?

Ah! Se qualche volta ti potessi accendere anche nella testa di chi dico io.

(Claudia, Anna, Gabriella: La lampadina)

· L’“effetto Barthes”

Partire da una foto di famiglia alla costruzione della “scienza impossibile dell’essere unico”6.

Foto: IL NONNO E LE ROSE

Chi l’avrebbe mai detto che l’altra sera, mentre mi accingevo a raggranellare, fra le più significative, una decima di fotografie, proprio quella mi sarebbe finita fra le mani.

L’ho sempre considerata come un tesoro, un dilemma da conservare fra i ricordi a cui nessuno può accedere senza il mio permesso. Eppure il tempo, così carico di impegni, mi aveva lungamente sottratto al piacere di rivedere, con occhi incantati, quanto di più caro possiedo, oltre alle persone. Pur avendo ultimato la raccolta delle dieci fotografie, dentro di me pensavo che la scelta comunque era già avvenuta, tanto mi sentivo calamitata da quell’immagine.

E pensare che gliela scattò mio fratello, ancora fotografo in erba, proprio perché allora aveva eletto tale hobby come suo supremo interesse. Chissà se mio nonno si era accorto di quel momento di spionaggio che lo avrebbe immortalato per l’eternità in mezzo alle sue rose che lui amava tanto?

Ma la verità dell’espressione, la precisione dello sguardo investigativo volto a sincerarsi che le sue rose godessero di buona salute, mi fanno supporre che quell’attimo sia stato rapito alla profondità di un vissuto fedele al suo presente.

Amo questa foto, amo il senso di beatitudine che tutta la pervade e che riempie il cuore di chi la osserva. Ma amo soprattutto vedere il nonno in questo stato di grazia, in questo atteggiamento di contemplazione per ciò che è semplice e bello, che lo ha reso capace di vivere in armonia con la vita.

(Gabriella)

Foto: UNA MAMMA E TRE BAMBINI.

Questa fotografia l’ho rubata alla famiglia. Io vivo per conto mio da molti anni e non ho ricordi storici, intendo oggetti o documenti, della famiglia. Un’estate, rovistando in una scatola di vecchie foto disordinate, mi è ricapitata in mano questa, che non vedevo da tempo e che alcuni mie fratelli, tutti più giovani di me, non avevano mai visto. Ci siamo divertiti a guardarla insieme, specie quelli fotografati: mia madre, io, mia sorella e mio fratello, tutti e tre piccolissimi.

Sul retro della foto, uno di noi tre senz’altro, ma non so chi, ha scritto con alcuni errori di ortografia “la mammo con Nerio e l’Orietta e Ornella”(sic!). Il gruppo è ritratto davanti ad una casa che non è la nostra di allora, forse la casa di mia zia. Quando? A giudicare dalla grandezza di mio fratello che non sembra avere più di sei mesi, era verso la fine dell’estate del 1957.

Dunque mia madre è in piedi davanti alla casa e regge con un braccio mio fratello, nell’altra mano stringe qualcosa, forse un fazzoletto, ma con la mano sembra anche chiedere qualcosa, tipo “Ma hai già scattato?” a giudicare anche dall’espressione del viso. Davanti a lei mia sorella all’età di circa due anni, con un bavaglino lungo come il vestito e una borsettina bianca (la frivola!) ed io con un fiocco bianco in testa, mio eterno compagno.

La foto è piccola, vecchia, mal conservata, piena di macchie gialle nei bordi, che forse si possono anche togliere, con tre o quattro screpolature. Eppure è così chiara, così viva, così piena di movimento, forse per quel gesto trattenuto di mia madre, per mia sorella che si succhia il dito, per me che mi tengo il golf con tutte e due le mani come se ci fosse vento. Il più immobile è mio fratello: così piccolo eppure così saldo in braccio a mia madre, con lo sguardo fisso sul fotografo.

Il gruppo è stupendo, ma quel che mi ha spinto a tenermi la foto è stata l’immagine di mia madre.

Così diversa da ora e da tutte le immagini che ho di lei, eppure così lei. E così bella.

Magra ma solida, elegante in quel vestito che non ricordo, mentre ricordo il mio.

Le altre gravidanze e l’età ovviamente l’hanno molto cambiata. Ma il cipiglio è lo stesso. La sua figura qui emana la stessa forza, lo stesso carattere deciso e un po’ severo di sempre.

La riconosco, anche se non la ricordo così, perché forse, tutto sommato, è così che l’ho sempre vista, anche prima di ritrovare questa fotografia.

(Orietta)

· L’“effetto Max Aub”

Humour noir, piccole storie d’intolleranza ordinaria7.

Leggevo seduto sull’erba un articolo di cronaca nera: parlava di un mostro uccisore di bambini.

Alle mie spalle un tale sbirciava, e poi commentò sorridendo: “Si può ammazzare per molto meno!”.

Ah, se non avessi avuto con me quel coltello! Forse saremmo diventati amici!

(Giancarlo)

Che panorama da lassù! Le bianche costruzioni di Piazza dei Miracoli a Pisa imperlavano il verde acceso dell’erba. Certo quei due che litigavano vicino a me stonavano proprio con il paesaggio.

Furono molto più interessanti visti dall’alto: quel rosso col verde dei prati, quel tremito scomposto delle gambe, quell’improvviso brulicare di persone...Che panorama da lassù!

(Giancarlo)

Malgrado chiudessi l’uscio piano piano e scendessi le scale con passo felpato, lei apriva la sua porta, si affacciava sulla tromba delle scale e mi bloccava: si dilungava sui suoi acciacchi, pettegolava sui vicini, rimpiangeva i tempi in cui “Lui” era una vera guida per la patria.

Malgrado accompagnassi con delicatezza dietro di me il portone e salissi furtivamente le scale, lei apriva la sua porta e mi bloccava, appoggiata alla balaustra e iniziava, gracchiante, pettegola e nostalgica, a ripetere lo stesso ritornello. Questa volta rientrai lasciando che il portone si richiudesse con fragore. Fulmineamente lei aprì la sua porta, si appoggiò alla ringhiera:...un urlo straziante!Approfittare del set “Fai da te - Sicuri e contenti” del MERCATONE UNO era stato un vero affare!

(Paola)

Ignorante! Bella! Rozza! Eppure di bon ton. Intelligente...Grezza...Molto volgare e molto piacente.

Egocentrica, egotista, egoista...Magniloquente, magnifica, magna...Magnanima: mai.

Portava addosso un velo ed era attenta a non scoprire le mani a spatola, le dita grosse e torte, i suoi peli superflui, le unghie coriacee, di un colore inverosimile. Mostruosa e seducente in tutti gli arti, tanti arti...che velava con disinvoltura sotto mantelli opachi e rilucenti. Copriva le sue forme con destrezza e tutto sommato sembrava quasi splendere.

E’ bastato qualche strappo alle cuciture del suo manto. Mentre si specchiava nel vetro di un negozio sotto il Pavaglione. Han ritrovato un corpo abnorme e nudo in pieno centro. Si ritiene che il decesso sia imputabile ad infarto. Non si sa se il cadavere fosse di una donna.

(Francesca)

Appena sveglia, le idee ancora confuse, ma già per strada con una agenda fitta di cose da fare.

Per fortuna ho il tempo per un caffè: magari, seduta a tavolino, leggo il giornale e mi riprendo.

Ho una leggera nausea, meno male che il cappuccino scotta, così posso aspettare.

Apro il giornale davanti a me, lo appoggio...e una voluta di fumo spesso e acre si arrotola al mio collo, improvvisa e...stringe!... Oddio, come si fa...sono le sette del mattino!

Mi giro, lo guardo: quello fuma tranquillo, estasiato, nemmeno si accorge che io, che non fumo, sto fumando più di lui. Lo guardo male. Non capisce, anzi sorride...si crede bello...

Intanto aspira e soffia, aspira e soffia, aspira e soffia...

Il bar, piccolo, ormai è soffocante… il mio stomaco non regge!

Era il mio segreto, lo sguardo al laser: quando sono uscita era ancora avvolto dalle fiamme.

(Antonietta)

Eravamo tutti in fila indiana e lui era un posto dietro a me. Richiamavo i più piccini per far loro ammirare la bellezza della natura:

- Guarda che bella formichina ...-, e lui la schiacciava;

- Guarda la farfalla sopra quel fiore...,-,e lui l’impugnava di scatto;

- oh, che bel lombrichino..-,e lui l’ha tranciato col taglierino;

- La lucertolina sta attraversando il sentiero..-,e lui le ha mozzato la coda con lo scarpone;

- Che bella coccinella hai sul palmo..-,e lui con una manata l’ha ridotta ad un’impronta viscosa;

- Sentite laggiù nello stagno il gracidio delle rane..-,e lui dopo qualche minuto è tornato con una rana infilzata in un rugoso rametto.

Che colpa ne avevamo noi se poi abbiamo deciso di attraversare un prato dove pascolavano i tori e lui era vestito di rosso? Più tardi ci seguivano anche i cardellini.

(Anna)

Il museo era piccolo e ingombro di mobili e oggetti. I cartelli esplicativi piccoli e scritti in Inglese.

Occorreva concentrazione per riuscire a leggere e a capire. Il custode aveva in cintura un enorme mazzo di chiavi, ma tante (specie per un museo così piccolo) e camminava incessantemente e freneticamente per la stanza in cui ero e mi seguiva!, portandosi appresso quell’orribile tintinnio.

Si fermava per qualche secondo, neanche il tempo sufficiente a fermare il movimento delle chiavi, poi ricominciava. Lo odiai subito. Chiedergli, per favore, di smettere? Ad un Inglese? E poi si vedeva benissimo che lo faceva apposta! Gli chiesi di indicarmi la toilette e lì lo colpii con la musica delle sue chiavi. Poi lo chiusi dentro. Il problema fu trovare nel mazzo la chiave giusta.

(Orietta)

Avevo studiato, ristudiato e ristudiato ancora, erano mesi che ripetevo tutti quei libri. Sapevo tutto benissimo; per notti intere non avevo dormito e ormai conoscevo quella materia come la mia stessa vita. “La nota 2235?” Beh, no veramente non l’ho vista, professore... forse mi è sfuggita...”

“Su, signorina, me la dica!”. “Ma...guardi...proprio non la so”. “Forza, forza, cerchi di ricordare”. Sentivo il cuore battermi nelle tempie. “Non la so, non la so davvero. “La fronte mi sudava, le mani mi sudavano. “Su, svelta, la 2235..”. Credo che fu proprio colpa delle mani scivolose se quel pesante fermacarte di marmo che avevo afferrato nel disperato tentativo di ancorarmi a qualcosa per non cadere nella più cupa disperazione, se quel fermacarte, dicevo, cadde pesantemente sulla testa del professore, spaccandogliela esattamente a metà. Lui cercava solo di aiutarmi, poveretto...ma io, quella nota, davvero non la sapevo.

(Claudia)

Fra le venti che aveva a disposizione, la direttrice aveva scelto per me, sola giovane ed inesperta insegnante di doposcuola, l’aula proprio sopra al suo ufficio. Veniva a scuola il pomeriggio, aspettava che il rumore di una sedia risuonasse nel vecchio edificio vuoto e mi rimproverava. Morì ingoiando le pagine della rivista scolastica che elogiavano le sue doti di insegnante quando era giovane.

(Giuliana)

Elena, che io molto educatamente definivo “dei Troiani” per non aggiungere altro, continuava a dimenarsi disturbando e turbando i ragazzi e infastidendo e innervosendo le ragazze.

Aveva provato più volte a strusciarsi ad Elio e lo faceva soprattutto in mia presenza: si avvicinava per parlargli ad una distanza in cui non puoi non respirare il suo stesso respiro, continuando a muovere quelle ciglia che così ben accuratamente aveva inamidato in un mare di rimmel.

Quella sera aveva un vestito tutto veli e una sciarpa girata attorno al colo. Ero seduta nella mia macchina al volante ed Elio accanto a me. Lei, un colpo d’occhio e si era avvicinata. Io cortesemente avevo fatto cenno di scendere, ma lei, che voleva semplicemente mostrare i suoi seni al mio compagno, aveva detto che di lì a poco sarebbe andata. Chissà dove e quando non l’avevo più sentito, ma nel richiudere lo sportello, la sua preziosa e morbida sciarpetta rimase impigliata.

Un saluto frettoloso e sorridente, una sgommata e via......Era andata!

(Lucia)

· L’“effetto Proust”

Come far sognare, nei “nomi di paesi”8, la lettera, la parola, la frase.

BAGNAROLA

Bagnarola non è come si potrebbe pensare la prima volta che la senti nominare, una barchetta che fa acqua da tutte le parti. Bensì una campagna più che un paese, con case sparse, a distanza quasi regolare come le vocali che si rincorrono nel suo nome: ba/gna/ro/la.

C’è, in queste sillabe un motivo circolare dove “la” sembra volersi ricongiungere con “ba”, solo “ro” si stacca, si isola al centro. Così, nel paese, la grande villa abitata da quei profumi speciali e fantastici e da quelle introvabili viole bianche che la rendono magica come le dimore delle fate, insegue e si congiunge, attraverso l’immenso viale alberato, all’altra sorella, più piccola ma graziosa che ancora si lega attraverso cunicoli sotterranei ad una terza, più semplice ma imponente, decorata con sobrietà, dove ancora vivono le anime dei grandi poeti.

Ecco il cerchio si è chiuso, le sillabe si sono riunite, ma...tutte e tre rivolgono lo sguardo al centro dove i sentieri conducono alla chiesa.

(Giuliana)

CAMERINO

In collina, arroccata dentro mura medioevali, appare Camerino. Alle spalle ha i misteriosi Monti Sibillini, ricchi di millenarie leggende. Che sia stata la Sibilla di questa Piccola Camera, intima, rimasta intatta, per proteggermi nel suo spazio compiacente?

Nella Piccola Camera si gustano i sapori di cose buone, si catturano musiche dotte, si respira la presenza discreta della sua antica universalità.

Camerino: piccole piazze, chiese, una rete di vicoli sorvegliati dalla rocca dei Borgia.

Camerino: il suo nome evoca il luogo in cui gli attori si preparano per entrare in scena.

Lì io sono entrata sulla scena della vita.

(Paola)

BOLOGNA

Bologna, città in cui vivono due anime, quella dotta e quella agreste, in un’altalena di colori, luoghi, lettere che spesso si sovrappongono: rosso mattone, ocra, giallo e grigio asfalto, verdi prati, la pianura Padana che corre verso il mare ed i colli che si confondono con l’Appennino.

Rotonda la “B” che ricorda i grandi seni delle donne che vi abitano, ma che anche le verdi colline che la circondano. Il “su e giù” delle prime lettere richiama la successione interminabile di portici che si snodano nella città. La “l” slanciata ed esile, domina sulle pesanti “o”, come la Torre degli Asinelli sulle antiche costruzioni del centro. Il carnoso suono della “gn” fa da eco a quello pieno e un po’ goffo del dialetto cittadino.

Un nome colmo di suoni tondi e pieni come l’anello del tortellino e quello delle mura sui viali, la cupola di San Luca e le crescentine ripiene. Un susseguirsi di contraddizioni: la presunzione e il provincialismo, lo sfarzo e la politica, la tranquillità e la violenza.

(Michela)

ALBINEA

A, come il mio nome. Scelgo tra le A, ALBINEA, mia meta di tanti giri in bicicletta. Paesino sui primi colli a nord di Reggio Emilia, leggermente appoggiato sulla sinistra per offrire ai primi raggi dell’Alba i suoi tetti, stretti tra l’alta torre del campanile all’inizio del paese e la chiesetta sul colle più su... così come l’A iniziale svetta e stringe tutte le letterine che seguono contro l’altra appuntita A.

Albinea..o Albìnea come la bianca piazza del centro potrebbe richiamare alla mente...Albìnea, che con questo nuovo accento potrebbe far suonare la campanella del Municipio.Albìnea: con quest’ultima sillaba che rotola giù verso la valle proprio come la strada dritta e lunga fino alla città, ma che con quell’A, decisa come una freccia indicatrice, ti costringe ad alzare lo sguardo più su, dove la strada comincia a salire verso la montagna.

Albinea, cantilena dolce, ti avvolge e ti invita a sedere...quasi ti gira intorno e ti fa girare...

Ti invita a fermarti qui, al freso...almeno per un po’...

(Antonietta)

Le figure dell’entusiasmo, nate dopo la lettura di un lungo frammento di ROLAND BARTHES: “Mi piace - Non mi piace” 9, riferito al presente di chi scrive (testo di Anna) e riferito alla propria infanzia (testo di Giuliana).

Mi piace stare con gli amici, dire battute e scherzare, fare dispetti, correre, saltare, nuotare, fare sport, mettere i jeans e le scarpe da ginnastica, parlare e raccontare e farmi ascoltare, conoscere nuova gente, andare in discoteca e incontrare tanti altri ragazzi, incontrarmi con loro con lo sguardo, stare in una chiesetta di montagna e pensare, vagare con le mie riflessioni sentendo un’atmosfera unica attorno a me che mi invade, stare con i miei nipotini, stare con gli alunni a cui faccio supplenza come maestra, risolvere i problemi altrui (nei limiti del possibile), saper che gli altri contano su di me, mi piace la mia volontà, fare fatica per raggiungere lo scopo (tanto più se arduo e quasi irraggiungibile), la pizza “Doppia Mozzarella” con le verdure cotte a vapore, il mare, il sole, abbronzarmi, i vestiti blu, il giallo, la Sprite, la mia famiglia, litigare con mio fratello.

Non mi piace la non sincerità, chi mente, chi finge, il buio, stare da sola a lungo, sentire il silenzio attorno a me e non aver nessuno che ti risponde, mantenere il broncio, non mi piace ingrassare, non sentirmi a mio agio, fare ciò di cui non sono convinta, non essere capita o essere fraintesa, non mi piacciono le grandi città...Mi piace la mia città con la sua calma, il paesino dei miei nonni con tutti i suoi vecchietti, le sue tradizioni, non mi piacciono i ronzii delle vespe, sentire di essere osservata e criticata, non sentirmi all’altezza delle situazioni per mancata esperienza, giocare a ruba-bandiera senza schemi. Mi piace crescere, ma mi piace poter fare la bambina senza preoccuparmi di ciò che gli altri possono pensare, mi piace mettermi alla prova, pregare, mi piace vivere e mi piace sognare!

(Anna)

Mi piace andare in bicicletta, mi piace quando mio nonno mi manda a comprare le mentine in bicicletta, mi piace il caffellatte, mi piace guidare il trattore, mi piace andare sull’albero di fico, mi piace giocare nel fienile, mi piace fare a gara con il nonno quando mangiamo la minestra, mi piacciono le merende dei pomeriggi d’estate, mi piace spiare nei cassetti della mamma e della nonna, mi piacciono le banane, mi piace mio zio carabiniere, ma tremo quando mi parla, mi piacciono i raduni famigliari, mi piace ascoltare il nonno che mi racconta le favole. Non mi piace andare a letto da sola, non mi piace il buio, non mi piace quando danno sempre ragione a mia sorella perché è più grande, non mi piacciono le bambole, non mi piace alzarmi da tavola per portare quello che manca, non mi piace fare i turni con mia sorella per lavare i piatti, non mi piace quando danno ragione all’altra mia sorella perché è più piccola, non mi piace quando la mamma compra le banane solo per mia sorella perché lei mangia solo quelle, non mi piace essere sempre vestita uguale a mia sorella, non mi piace ammalarmi, non mi piace dormire il pomeriggio.

(Giuliana)

Una sostituzione, con piccoli tocchi impressionisti, sulla nota poesia di EMILY DICKINSON “E io sono una rosa”.

Un sepalo, un petalo e una spina

In un comune mattino d’estate

Un fiasco di rugiada, un’ape o due

Una brezza

Un frullo in mezzo agli alberi

Ed io sono una rosa! (Emily Dickinson)

Un guizzo, un balzo, un tuffo

In una placida notte di maggio

sull’acqua ferma dello stagno, una zanzara vola

La luna

Un gracidare tra le canne

Ed io sono una rana! (Claudia)

Un ago, un filo ed un ditale

In uno stanzino di luce soffusa

Una mano di donna, un’amica o un bambino

Un tintinnio

Un’asola vuota nel verde velluto

Ed io sono un bottone! (Anna)

Una parodia di “Una certa Enciclopedia Cinese”10 dove è scritto che:

“gli animali si dividono in: a) appartenenti all’imperatore; b) imbalsamati; c) ammaestrati; d) maialini da latte; e) sirene; f) favolosi; g) cani in libertà; h) inclusi nella presente classificazione; i) che si agitano come folli; j) innumerevoli; k) disegnati con un pennello finissimo di peli di cammello; l) e eccetera; m) che hanno appena finito di mangiare; n) che da lontano sembrano mosche.”

(Foucault)

Le MANIGLIE DELLE PORTE si dividono in:

a) quelle stupende che compreresti anche a costo di dover comprare anche la porta

b) quelle che non toccheresti nemmeno, se non dovessi assolutamente entrare

c) quelle che cigolano sempre quando non ti vuoi far sentire

d) quelle che sono tutt’uno con la porta tipo sportello Panda

e) quelle che non c’entrano niente con la porta e le devi cercare altrove

f) quelle così austere che ti costringono a bussare anche se è casa tua

g) quelle così artistiche e preziose tipo Palazzi Grassi che se osi sfiorarle arriva subito il vigilante a sgridarti

h) quelle che puoi tirare o girare quanto vuoi, ma se non arriva il portiere col telecomando…

i) quelle che non ci sono ma ti vedono e ti aprono appena arrivi davanti alla porta

k) quelle che ci sono ma non ti vedono e non ti riconoscono anche se il tuo pass è valido e il tuo numero di codice è giusto

l) quelle che ti si infilano sempre nella manica quando hai fretta

m) quelle da tenere assolutamente anche se non funzionano

n) quelle da cambiare assolutamente anche se funzionano così bene

o) quelle così belle nella vetrina del ferramenta, ma dove le attacchi a casa tua?

p) quelle che conservano le impronte di tutti quelli che sono entrati, per affetto naturale

q) quelle così lucide che spingono anche i ladri ad usare i guanti

r) quelle che tengono sulla porta

s) quelle che ti restano in mano sempre quando sei chiuso nel bagno in casa d’altri

t) quelle che funzionano sempre tranne che con te

u) quelle che per quanto tu faccia attenzione ti sbattono la porta con fracasso

v) quelle che appena entri tu cambiano l’aria alla stanza

w) quelle che appena le tocchi cominciano a suonare e ti fanno sentire già in galera

x) quelle che attaccate su vetrate trasparentissime ti salvano in extremis dall’effetto gatto Silvestro

y) quelle che ti lasciano sempre la mano appiccicosa aggiornandoti sulle ultime merende di tuo figlio

z) quelle su cui non c’è niente da dire.

I BAMBINI

In quel luogo si soleva distinguere tra tipologie di bambini, per commisurare gli interventi educativi:

TIPO A - bambini ricchi: ad ognuno di loro era affidato un adulto che da bambino apparteneva al tipo D; potevano addestrarsi all’esercizio del comando, senza trascurare gli studi psicologici e scientifici; l’oggetto e nel contempo lo strumento di studio erano gli adulti di cui sopra.

TIPO B - bambini inseriti in tutte le sezioni C di tutte le scuole: di tale categoria non esistevano ulteriori definizioni atte a chiarire le caratteristiche psicologiche o sociali, ma non sfuggiva a quella gente il significato globale di tale classificazione bambini C erano una realtà che si autodefiniva.

Sappiamo che ad essi erano destinati interventi educativi fortemente connessi al tessuto socio-economico di quei luoghi. Li si poteva trovare nei supermercati, nelle fabbriche, negli autolavaggi; nelle scuole la loro attività di elezione era legata alla refezione: apprendevano ricette gastronomiche, apparecchiavano ed assaggiavano i cibi, riciclavano quelli in esubero.

TIPO D - Qualsiasi cittadino era sinceramente mosso al pianto, quando incidentalmente compariva in una conversazione un accenno ai bambini D: forse era per preservare l’integrità emotiva della popolazione che di essi era pressoché sconosciuto finanche l’aspetto; forse era per non farli spaventare tra loro che venivano tenuti nel buio dei sotterranei delle scuole; nutriti dai bambini C durante gli esperimenti di riciclaggio, divenuti adulti, ormai maturi, venivano affidati ai bambini del tipo A.

Abbiamo voluto concludere il nostro lavoro con un testo riflessione scritto alla maniera di PERC11. Anziché “Alcune delle cose che dovrei pur fare prima di morire”, si è scritto:

Alcune delle cose che vorremmo non dimenticare alla fine di questo laboratorio di scrittura:

- Eliminare subito ogni timidezza o timore, perché leggere il testo prodotto è gratificante.

- Aver memoria in futuro di questa consapevolezza.

- Ricordare che, se tutto è già stato detto o scritto, noi possiamo ancora intervenire sul “come”, ricreando tutto per noi e per gli altri.

- Capire che la forma è importante quanto la sostanza e che le cose esistono solo se hanno un nome.

- Non dimenticare quanto sopra.

(Maura)

Alcune altre cose che dovremmo proprio dire a tutti dopo “l’atelier”:

- Anche i miei figli dovrebbero proprio poter lavorare come abbiamo fatto noi, attorno ad un tavolo dove ci siamo sentiti tutti bene: dove abbiamo imparato ad ascoltare, dove ci è stato detto “Ora va’... e cammina!”; dove la voce dell’Autore ci ha accompagnato, ci ha dato esempio, ci ha reso LIBERI di usare forme strane, un po’ pazze, comiche, drammatiche, poetiche, dandoci la serenità che “ce la potevamo fare”...e la fiducia.

- Ognuno è riuscito a tirare fuori se stesso, ognuno diverso.

- Ascoltarci ci ha aiutato a conoscerci e a liberarci dal timore che ciò che avevamo scritto non fosse azzeccato: gli scritti nonostante tutto scorrevano, riempivano l’aula, trasmettevano, comunque, qualcosa...Ha un senso, dunque, quello che abbiamo fatto.

- Ecco, qui, abbiamo proprio toccato con mano “l’emozione”!

- Abbiamo lavorato, mattina e pomeriggio, proprio come mio figlio a scuola tutti i giorni. Che io uscendo ero stanca, ma soddisfatta, con la testa piena di idee e con la voglia di essere di nuovo lì, il giorno dopo.

- Ecco cosa dovremmo proprio fare: dirlo a tutti, se possiamo.

(Antonietta)

Hanno partecipato al laboratorio di scrittura:

LUCIA ABIUSO, insegnante di Inglese

GIANCARLO BAIANO, insegnante elementare

SARA BENATO, studentessa

CLAUDIA BORGHI, studentessa

MICHELA FILIPPINI, studentessa

PAOLA GALVANI, insegnante elementare

FRANCESCA GAUDENZI, insegnante elementare

LIANA LORETI, insegnante Lettere Scuola Media

ANTONIETTA MALAGUZZI, genitore

ANNA MANNI, insegnante elementare

ORIETTA PUCCI, insegnante elementare

MAURA SCIASCIA, insegnante Lettere Scuola Media

ALESSANDRA SENNI, insegnante Francese Scuola Secondaria

GIULIANA TRESTINI, insegnante elementare

VANNIA TURCI, insegnante elementare

GABRIELLA VACCHI, insegnante elementare.

NOTE

1 (1) T. TODOROV - Les genres du discours - SEUIL 1978 - p.90

2 (2) R. BARTHES - Le bruissement de la langue - SEUIL - p.44

3 (3) R. BARTHES - op. cit. - p.35

4 (4) R. BARTHES -Le grain d’une enfance - N. Observateur 9/5/77

5 (5) F. PONGE - Il partito preso delle cose - Einaudi (TO)- 1979

6 (6) R. BARTHES - La camera chiara - Einaudi (TO) - 1980

7 (7) M. AUB - Delitti esemplari - Sellerio (PA) - 1981

8 (8) M. PROUST - Dalla parte di Swann - Mondadori (MI) - 1988

9 (9) R. BARTHES - Barthes di Ronald Barthes - Einaudi (TO) 1980

10(10) M.FOUCAULT - Le mots et le choses - Gallimard - 1966

11(11) G. PEREC - Sono nato - Bollati Boringhieri (TO) - 1922